Il termine tachicardia indica un battito cardiaco accelerato. Si parla di tachicardia sinusale quando il battito cardiaco accelera in modo naturale in conseguenza di uno sforzo fisico, di una forte emozione o altri fattori concorrenti.

La tachicardia atriale è invece una condizione clinica specifica, un disturbo del ritmo cardiaco che origina negli atri sotto forma appunto di accelerazione elevata del battito cardiaco. E’ definita una tachicardia sopraventricolare, origina dunque sopra i ventricoli e non richiede la partecipazione di elementi accessori come la giunzione atrioventricolare, vie accessorie, o del tessuto ventricolare per l’insorgenza o il mantenimento.  Nell’elettrocardiogramma la tachicardia atriale si caratterizza per onde P regolari, identiche, in genere invertite in DII con frequenza in genere tra 160 e 220 battiti al minuto. 

Pazienti con cardiopatia reumatica, malattie polmonari o scompenso cardiaco possono presentare una tachicardia atriale in forma parossistica o improvvisa. La tachicardia atriale rappresenta il 12% circa di tutte le tachicardie sopraventricolari ed i pazienti con la tachicardia atriale parossistica presentano una zona di conduzione anormale che determina un blocco unidirezionale in modo che l'impulso procede normalmente lungo la via α, è bloccato nel suo procedere lungo la via β.

L'impulso si dirige, quindi, nuovamente in basso e rientra nella via originaria prima che il nodo SA sia in grado di generare il successivo impulso normale: il ciclo si ripete in rapida successione diverse volte, producendo di fatto una tachicardia da rientro, una sorta di corto circuito elettrico, come se nel premere l’acceleratore di una automobile un altro piede pigiasse accelerando contro la volontà del guidatore.

Le tachicardie atriali possono essere classificate basandosi sui dati dell’attivazione endocardica, sui meccanismi fisiopatologici o sulla anatomia e possono genericamente essere suddivise in due gruppi: tachicardie atriali focali (originanti da un’area ben localizzabile) e tachicardie atriali da rientro (solitamente un macrorientro). La tachicardia atriale può essere asintomatica, ma nella gran parte dei casi i pazienti accusano palpitazioni, dolore toracico (precordialgia), fatica, sensazione di fiato corto o ridotta tolleranza all’esercizio fisico. 

In un cuore sano, strutturalmente e funzionalmente, una tachicardia atriale non reca grandi danni, e la prognosi è buona, ma in alcuni pazienti, anche in età pediatrica, se la patologia è ricorrente e incessante si può sviluppare una tachicardio-miopatia e uno scompenso cardiaco congestizio con dilatazione dei ventricoli e riduzione della frazione d’eiezione. 

In fase acuta, in presenza di una tachicardia come questa, le manovre vagali sono il trattamento di prima scelta nei pazienti emodinamicamente stabili. Esse sono la manovra di Valsalva, il massaggio del seno carotideo, la digitopressione dei bulbi oculari: queste manovre provocano attraverso la sollecitazione del nervo vago un rallentamento della conduzione interrompendo in molti casi l’aritmia.

Quando tali manovre vagali risultano inefficaci, può essere tentata la conversione farmacologica (antiaritmici di classe 1c o classe 3; adenosina in bolo i.v., beta-bloccanti). La cardioversione elettrica esterna viene invece usata in caso di compromissione dello stato emodinamico e cioè quando il paziente è ipoteso, è in edema polmonare o avverte dolore toracico; l’ablazione TCRF va presa in considerazione nei pazienti refrattari alla terapia medica.