Piedi sulla bilancia

Quante volte a molti di noi, non tutti ovviamente, capita di pensare in questo periodo: sono a dieta e ingrasso, perché? Non pensate di essere soli: sono a dieta ma la pancia non va via, sono a dieta ma non perdo peso … pensieri ricorrenti dovuti ad una visione, quella della bilancia che non muove le sue lancette nonostante gli sforzi fatti e la fame!

E' questo un fatto vero, che accade non perché si è perseguitati, ma perché scientificamente, il fenomeno è dovuto a fattori ben identificati.

Che risposte dare alla domanda: sono a dieta e non riesco a dimagrire?

Più risposte, spesso integranti tra di loro ma esaustive del problema. Innanzi tutto partiamo da concetti base.

Non si riesce a dimagrire, innanzitutto, perché magari c'è un problema metabolico. E' forse l'elemento clinico più importante, che deve spingere la persona che vuole dimagrire a fare dei controlli preventivi. Molte malattie metaboliche, spesso silenti (che cioè non si manifestano con disturbi specifici), hanno come comune denominatore la capacità di impedire un normale dimagrimento a seguito di dieta ipocalorica.

Tra le condizioni cliniche più comuni dobbiamo ricordare:

  • malattie della tiroide, come l'ipotiroidismo, che riduce il metabolismo basale e dunque il fabbisogno energetico giornaliero
  • malattie del pancreas, come l'iperinsulinismo, una condizione in cui l'insulina, ormone circolante che regola l'omeostasi degli zuccheri nel nostro organismo, funziona troppo, esaltando tra le altre la sua funzione lipogenetica (l'insulina infatti tra le altre cose stimola la produzione di grasso nel corpo)
  • condizioni ormonali svantaggiose, come la menopausa, condizione di ridotta produzione di ormoni "femminili" parafisiologica nelle donne mature che pur tuttavia in molti casi si associa ad un ridotto metabolismo basale e dunque ad un ridotto fabbisogno energetico.
  • uso di farmaci che a vario titolo interagiscono con il metabolismo: spesso molte persone non sanno di usare farmaci che riducono il fabbisogno energetico predisponendo all'ingrassamento. Si pensi ad esempio agli anticoncezionali, ormoni per antonomasia, capaci di fare prendere anche 15 kg di grasso in un anno, ma anche farmaci per l'ansia o farmaci per la depressione, o farmaci neurologici per epilessia o altri, o ancora ormoni per la cura della pelle o steroidi (cortisone) per la cura di malattie reumatiche. Insomma, l'uso di farmaci è da valutare quando si hanno difficoltà a perdere peso. Anche quando vengono sospesi, il loro effetto frenante sul metabolismo non viene meno, perdura in alcuni casi.

A questo primo elemento, spesso determinante in molti casi nella impossibilità di perdere peso regolarmente, si deve associare un altro fattore: quello della variazione del metabolismo in funzione della età. Indipendentemente dal sesso, gli studi scientifici hanno dimostrato che il metabolismo basale, cioè il dispendio energetico giornaliero essenziale per il mantenimento delle nostre funzioni vitali, dopo una fase iniziale di crescita (legata alla crescita da bambino ad adolescente e poi da ragazzo/a giovane adulto/a, raggiunge un apice intorno ai venticinque anni e si stabilizza per subire un lieve decremento intorno ai trentacinque anni.

A cinquanta anni circa, avviene la seconda riduzione, importante del metabolismo basale, con una perdita orientativa di circa il 15-20%. Ciò significa che a cinquanta anni circa, per "vivere" consumiamo meno calorie di quante ne servivano a trent'anni. Un ulteriore calo sensibile avviene intorno ai settanta anni. Gli studi concordano nell'indicare nel calo della massa metabolicamente attiva associata al passare degli anni l'elemento causale di questo declino energetico. Se ne desume quindi che stante queste le condizioni fisiologiche del metabolismo del corpo umano, scevro da malattie o altri fattori, il nostro apporto dietetico deve ridursi di pari passo con esso se non vogliamo ingrassare: è un fatto scientifico, assodato.

Un altro fattore non indifferente, che interagisce con quanto enucleato sul metabolismo basale è rappresentato dai livelli di attività fisica. La percezione di ognuno di noi è varia, ma pressoché al contempo uniforme: dormiamo di meno, lavoriamo tanto, ma ingrassiamo. Perché? Il lavoro e lo stress, la famiglia, i lavori di casa di per sé non sono minimamente paragonabili in termini di costo energetico alla regolare attività fisica (corsa, bici, nuoto, fitness, eccetera). Le faccende di casa, per fare un esempio, prevedono un consumo energetico di calorie medio in un'ora di circa 150 calorie.

Un'ora di jogging può portare anche ad un consumo di 400 calorie! In questi rapporti si può intuire come una ridotta attività fisica contribuisce al mancato dimagrimento, anzi, in molti casi la riduzione della attività fisica svolta in passato porta anche all'ingrassamento! E c'è poi un fattore additivo da considerare, scientificamente dimostrato anch'esso: se io corro un'ora posso consumare sino a quattrocento calorie, ma ottengo anche un effetto "collaterale" che è quello di stimolare il metabolismo basale in toto, dunque un doppio effetto sulla bilancia energetica che è quanto dire! Da qui si intuisce come coloro che fanno regolarmente attività fisica difficilmente ingrassano.

Un ultimo fattore, ancora in fase di studio, è quello legato allo stile di vita alimentare. Ci sono persone che mangiano realmente poco in termini di quantità ma non dimagriscono perché quel poco e fortemente calorico: mangiare una pizzetta a pranzo non è la stessa cosa di mangiare uno yogurt: si mangia poco in entrambi i casi ma la bilancia energetica pende per forza in maniera importante verso la pizzetta. La percezione di mangiar poco è soggettiva e va valutata attraverso diari alimentari che consentano di capire la cattiva relazione che si ha con il cibo.

Se ne desume quindi che quando usiamo espressioni del tipo "faccio dieta e ingrasso" nascondono dietro fattori giustificativi che vanno identificati e modificati per consentire una corretta riduzione del peso corporeo.