Doping alle olimpiadi di Londra 2012L'uso del doping nello sport colpisce ancora, come un parassita che, nel momento in cui meno te lo aspetti, ti ferisce in modo inaspettato, appunto, e doloroso. Uno degli atleti simbolo dell’Italia sportiva, Schwazer, si macchia (e si autoaccusa) di uso di doping: ha usato ERITROPOIETINA, un ormone fisiologicamente prodotto dai reni, che stimola la produzione di globuli rossi, per aumentare le proprie prestazioni.

Aumentando i globuli rossi nel sangue, il cuore umano può pompare, nell’unità di tempo, più ossigeno nei muscoli e può pulire meglio gli stessi dai residui prodotti dell’attività sportiva (acido lattico); è un ormone riproducibile in laboratorio che si usa a fini medici (ad esempio nelle anemie o nelle insufficienze renali) e che può, da mani sapienti, essere somministrato appunto per alterare la prestazione sportiva.

Dunque il nostro atleta, Schwazer, una delle nostre bandiere, simbolo di una Italia sportiva e laboriosa, manifesto pubblicitario di primo livello, ha cercato di aumentare la cilindrata dei propri muscoli in modo artificioso, per potere vincere o, quanto meno, essere il più possibile competitivo.

Questo articolo non nasce dalla curiosità di lettori che mi chiedono qualcosa sul doping, né da manifeste necessità di sfruttare l'argomento per pubblicizzare il sito (ho avuto già modo di parlare di doping in articoli precedenti): nasce dalla nausea, dal fastidio, dalla profonda amarezza che questi fatti mi scatenano quando vengono alla luce… Pantani, Riccò, Maradona, e tanti altri, illustri o meno illustri rappresentanti dello sport, vario livello e grado (dal ciclismo al calcio, alla atletica) si sono fatti tentare dal mostro del doping, per… per vincere? No! O meglio, non solo.

Per non deludere le aspettative della famiglia, del proprio procuratore sportivo, degli sponsor, della squadra, del proprio IO… Il doping non è un problema, è un problema crescere atleti con una cultura sportiva, un popolo con una cultura sportiva, capaci di comprendere che la massima di De Cubertain (l’importante è partecipare, non vincere) non è uno slogan per fessi, ma una santa verità, che lo sport deve rimanere un riferimento culturale e sociale, un modello di vita, l’aspirazione di una società che tende al meglio in modo pulito, senza sotterfugi, senza scorciatoie, in cui il merito è vincente e l’averci provato induca comunque rispetto, in cui il valore del denaro è relegato in secondo piano rispetto alla gloria, all’onore, al rispetto degli avversari e del pubblico, alla possibilità di regalare un sogno.

Non è facile, anzi, risulta difficile, specie in un Italia come la nostra, in cui il merito e la capacità passa in secondo piano rispetto alla Minetti di turno o alla tessera di partito o di sindacato, rispetto ai lecchini di professione, rispetto a coloro che ce l’hanno duro laureandosi a Tirana a suon di soldi dei contribuenti: anche lo sport risente del clima intossicato del nostro secolo.

I momenti di gloria e di commozione nello sport sono tanti, e tutti diversi tra loro: ci si può commuovere davanti a sfide esaltanti, ad imprese mirabolanti, a rimonte impossibili o cavalcate sportive trionfali.

Questi sentimenti di commozione sono offesi da siffatte notizie e spesso mi inducono a riflettere non tanto sull’atleta che usa il doping, terminale ultimo di un sistema che può schiacciare chiunque, ma sul mondo che vi gira attorno … nomi che spesso son sempre gli stessi, siti internet che son sempre gli stessi, sedicenti istruttori, allenatori, preparatori, medici sportivi, procuratori che paion tutti uguali: figli di un dio minore accomunati dall’adulazione del dio denaro e non dal desiderio di sport. Scusate lo sfogo ma mi sentivo in dovere di dire la mia.