Macchinario per la risonanza magnetica

La risonanza magnetica è un esame diagnostico ormai conosciuto ai più che utilizza una combinazione di un grande magnete, onde radio, e un computer per produrre immagini dettagliate di organi e strutture all'interno del corpo.

Come funziona la risonanza magnetica?

La macchina della risonanza magnetica è un grande cilindro (un vero e proprio tubo) che crea un forte campo magnetico attorno al paziente posto all’interno di esso. Questo campo magnetico, insieme con le onde radio, altera il normale e naturale allineamento degli atomi di idrogeno nel corpo.

Poiché i nuclei tendono a riallinearsi in posizione corretta, essi emettono dei segnali radio che vengono ricevuti da un computer che li analizza e li converte in una immagine della parte del corpo in esame. Questa immagine viene visualizzata su un monitor e può essere studiata a fini medici.

La risonanza magnetica del cuore, come tutte le risonanze, dunque, non utilizza radiazioni ionizzanti, così come i raggi X o la tomografia computerizzata (TAC), ma semplici campi magnetici ed onde radio.

La risonanza magnetica del cuore o risonanza magnetica cardiaca può essere eseguita per una valutazione specialistica di condizioni patologiche dello stesso cuore: aterosclerosi, cardiomiopatia, malattie cardiache congenite, insufficienza cardiaca congestizia, aneurismicardiopatie valvolari, tumori cardiaci.

Quali sono i vantaggi della risonanza magnetica?

Poiché la radiazione non viene usata, non vi è alcun rischio di esposizione a radiazioni ionizzanti durante una procedura di risonanza magnetica. Unica precauzione è che ogni paziente deve essere schermato prima dell'esposizione al campo magnetico; l'uso di un forte magnete prevede l’uso di particolari precauzioni, specie in pazienti con alcuni dispositivi impiantati come pacemaker o impianti cocleari, o che hanno oggetti metallici interni, come clip chirurgiche, placche, viti o rete metallica.

Quali precauzioni si devono adottare prima di una risonanza magnetica?

Anche condizioni psichiatriche come la claustrofobia possono risultare inadatte alla esecuzione di questa tecnica, poiché stare dentro ad un magnete per 20-30 minuti può causare irritazione nei soggetti più sensibili; anche lo stato di gravidanza merita una qualche attenzione. Anche se ad oggi non vi sono informazioni che indicano che la risonanza magnetica è dannosa per il feto, il test viene comunque sconsigliato nel primo trimestre. E’ comune, nello studio del cuore attraverso la risonanza magnetica, l’uso di un mezzo di contrasto, soprattutto per visualizzare meglio i tessuti interni e vasi sanguigni sulle immagini completate. In questi casi, la conoscenza della situazione farmacologica del paziente ed il rapporto che ha lo stesso coi farmaci è fondamentale, per evitare episodi allergici o di ipersensibilità al contrasto.

Quali sono i rischi di una risonanza magnetica?

Se si ha una malattia renale grave o si è in dialisi renale, vi è il rischio di una condizione chiamata "fibrosi sistemica nefrogenica" da mezzo di contrasto, condizione che va evitata, anche nei casi di malattia del fegato (insufficienza epatica o cirrosi). Il mezzo di contrasto della risonanza magnetica cardiaca può avere un effetto su altre condizioni, come allergie, asma, anemia, ipotensione e anemia falciforme.

Grazie anche al progresso tecnologico ed alla possibilità di utilizzare stress farmacologici, la risonanza magnetica cardiaca (RMC) è entrata prepotentemente tra le metodiche disponibili per la diagnosi di ischemia miocardica. Lo studio CE-MARC pubblicato su Lancet nel 2012 la indica migliore anche della stessa scintigrafia miocardica.

Lo studio mediante risonanza magnetica delle diverse forme di cardiomiopatia ha permesso di incrementare le possibilità diagnostiche, fornendo informazioni aggiuntive rispetto alla semplice definizione morfo-funzionale. In particolare lo studio post-contrastografico (delayed enhancement) consente in molti casi di ottenere anche una caratterizzazione tissutale e di definire quindi l’eziologia di molte cardiomiopatie o quantomeno di indirizzare meglio l’iter diagnostico. Appare comunque evidente che siamo di fronte ad una tecnica diagnostica poco invasiva, ma che richiede grande competenza, esperienza e professionalità.