La fibrosi muscolareMa quante e quali sono le cause o concause che determinano una esposizione dell'atleta a queste lesioni muscolari?

Ve ne sono tante e proveremo a riassumerle:

  • predisposizione genetica/familiare: ci sono soggetti che per fattori congeniti hanno una muscolatura più delicata e vanno incontro a frequenti infortuni muscolari ed i loro naturali processi di riparazione del tessuto possono essere non adeguati, si potrebbe dire “eccessivi” (volendo fare un paragone con le lesioni cutanee, è come per la formazione dei cheloidi, in cui cicatrici abnormi della pelle in alcuni soggetti familiarmente predisposti si sostituiscono ai normali processi riparativi della cute in seguito ad abrasioni).
  • mancato riconoscimento dell’infortunio: atleti con una alta soglia del dolore o con una eccessiva “furia agonistica” possono sottovalutare i segni clinici dell’infortunio muscolare subito e dunque, continuando a fare lavorare lo stesso muscolo, aumentano il quadro infiammatorio del muscolo esponendosi al rischio delle complicanze di cui sopra
  • inadeguato approccio terapeutico all’infortunio: il protocollo “RICE” cui normalmente si deve sottoporre un atleta che va incontro ad infortunio muscolare in fase acuta, se non rispettato, espone l’atleta al rischio di complicazioni come quelle sopra indicate (ad esempio, se invece di ghiaccio, nelle prime 24 ore dell’infortunio, si applica calore, si facilita la precipitazione di calcio in sede di lesione e si rischia di andare incontro a fenomeni di calcificazione)
  • usura e sovraccarichi funzionali: sport asimmetrici (ad esempio il tennis o il lancio del disco), carichi inadeguati, alterazioni posturali possono determinare un progressivo e costante deterioramento di microlesioni muscolari, favorendo così l’instaurazione del processo infiammatorio che può nel tempo alterare la capacità elastica e di carico del muscolo
  • precoce recupero dell’atleta: sempre a causa di alta soglia del dolore o di desiderio dell’atleta (o della società sportiva di appartenenza…) di tornare al più presto in campo, si rischia di esporre il muscolo che viene da una lesione a carichi che non è in grado di sopportare, esponendosi così ad un processo infiammatorio progressivo che può sfociare appunto in fenomeni degenerativi di natura fibrotica
  • errate diagnosi: purtroppo bisogna ammettere che ci sono situazioni patologiche (distrazioni, contusioni, ematomi) che non vengono identificate precocemente, e l’atleta spesso lavora in campo sollecitando in modo scorretto il muscolo e la relativa lesione…
  • uso di farmaci: non sono infrequenti i casi di atleti che vanno incontro da una lesione muscolare e che magari, nel contempo, sono in cura per altre patologie (ad esempio carie dentaria trattata con antibiotico, oppure dermatite trattata con cortisonici). In qualche modo questi farmaci, indirettamente, possono “influenzare” i processi di riparazione tissutale, attenuandoli o esacerbandoli, e dunque rappresentano un fattore di rischio per queste complicazioni.

Come fare diagnosi di fibrosi muscolare o di lesioni similari? L'ecografia articolare/miotendinea è l’esame diagnostico in assoluto migliore, la risonanza magnetica va presa in considerazione per lesioni vaste, che tengano conto di una eventuale terapia chirurgica, o per condizioni refrattarie alla terapia. L’ecografia si presta alla diagnosi e fornisce un mezzo per valutare l’evoluzione della lesione, in senso migliorativo e peggiorativo, ed ha un vantaggio che la risonanza magnetica non ha: la possibilità di effettuare una valutazione del muscolo e della lesione sia in statica (con il muscolo a riposo), sia in dinamica (quindi in fase di contrazione, eccentrica e concentrica ed isometrica). In assenza di traumi specifici, la identificazione di processi fibrotici deve portare il medico a definire la/e causa/e determinante/i, dunque una buona anamnesi ed un eventuale esame baropodometrico possono permettere di completare il quadro clinico.

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