Donna che indica la zona inguinale arrossata

La vescica è un organo dell’apparato urinario maschile e femminile, definibile come un organo cavo, rivestito da una superficie cellulare detta epitelio di transizione con uno strato superficiale di cellule piatte ed uno strato profondo di cellule cubiche.

Cos'è la vescica?

Questo organo non è un semplice sacco entro il quale la urine prodotta dai reni si raccoglie, convogliata ivi dagli ureteri, ma un organo muscolare contrattile, un vero e proprio otre con pareti muscolari, formate per la precisione da tre strati di muscolatura liscia, di cui il più esterno rappresenta il cosiddetto muscolo detrusore.

Questo otre convoglia l’urina nel cosiddetto collo vescicale, in muscolatura liscia si prolunga nello sfintere interno, mentre lo sfintere esterno, più distale, è costituito da fibre muscolari striate, che appartengono in genere per metà alla parete uretrale e metà al pavimento pelvico. Questa sacca, dunque, è capace di raccogliersi o allargarsi per riempirsi della urina prodotta che arriva dai reni e per svuotarla nell’uretra e dunque per espellerla.

Come funziona la vescica?

Nella fase di riempimento si verifica una graduale distensione della parete vescicale per progressivo incremento del volume urinario ed il mantenimento quindi di una bassa pressione all’interno della vescica, anche quando ci dovessero essere aumenti della pressione addominale; in questa fase non di riempimento abbiamo assenza di contrazioni vescicali involontarie. Una volta colma, la vescica può svuotarsi; la fase di svuotamento prevede un incremento della pressione intravescicale sia di forza che di durata; l’assenza di ostruzione delle vie d’efflusso, associate ad una regolata riduzione della resistenza uretrale a livello del collo vescicale e dell’uretra prossimale permettono lo svuotamento.

Ciò avviene in quanto nelle pareti della vescica ci sono dei volocettori vescicali, recettori sensibili allo stiramento, ad adattamento lento, posti in parallelo alle fibre muscolari lisce. Questi recettori, registrando le variazioni pressorie, le segnalano, tramite il nervo pelvico, S2-S4 e T11-L2, stimolando i neuroni pre-gangliari ortosimpatici del nervo ipogastrico.

In media, sino a volumi di 400 cc di urina la pressione intravescicale è invariata; per valori superiori di volume si innesca il meccanismo riflesso condotto dal sistema sopra descritto che innescano attraverso il centro sotto-encefalico pontino le contrazioni, sia volontarie che riflesse, necessarie per la minzione e lo svuotamento, attraverso:

  1. eliminazione della inibizione orto-simpatica dai gangli parasimpatici sacrali;
  2. inibizione del sistema orto-simpatico vescicale;
  3. progressiva attivazione del parasimpatico efferente sacrale.

Avvengono dunque progressivamente a cascata (contrazione del muscolo detrusore e rilasciamento dello sfintere interno) gli eventi che portano allo svuotamento della vescica.

Cos'è la cistite?

Processi infiammatori/infettivi a carico della vescica prendono il nome di cistite, che si può definire come un processo infiammatorio dell’organo vescica conseguente a batteriuria (presenza di batteri nelle urine).La presenza di germi è possibile, nelle urine, tuttavia un'infezione urinaria diviene fastidiosa e sintomatica se la loro concentrazione è superiore a 100.000 germi per millilitro di urina.

E’ lecito affermare che, per motivi anatomici, le donne siano più predisposte degli uomini a fenomeni di cistite (una uretra corta favorisce la risalita di batteri), ma in entrambi i sessi il processo è possibile e fastidioso; l’infezione può essere come cistite acuta, cistite cronica o cistite recidivante, e cistite sintomatica o cistite asintomatica, ed è corretto affermare che il batterio che più di altri causa cistite (80% dei casi) è l’Escherichia coli, seguito da quelli che più spesso causano cistiti croniche come Enterobacteriaceae (Proteus, Klebsiella, Enterobacter), Pseudomonas aeruginosa, Staphylococcus saprophyticus ed enterococco, spesso variamente associati tra loro.

Come viene una cistite?

I batteri possono raggiungere la vescica risalendo dall’uretra (via ascendente, in assoluto la più frequente), giungendo dal sangue (via ematogena, setticemia), provenendo dalla linfa (via linfatica). Elementi che predispongono al rischio di cistite sono:

  • una intensa attività sessuale,
  • una ritardata minzione post-coitale,
  • un deficit ormonale (nelle donne la cistite è comune nel post-menopausa da carenza estrogenica).

Quali sono i sintomi di una cistite?

Vasetto per la raccolta delle urine pieno

I sintomi tipici della malattia possono presentarsi in modo e tempi diversi. Molto comuni, nelle forme acute, sono:

  • la pollachiuria – aumento significativo del numero di minzioni nell’arco el ventiquattro ore; ogni minzione tuttavia ha un volume espulso di urine molto ridotto;
  • la disuria – marcata difficoltà nell’urinare. Spesso il paziente sente il bisogno di urinare ma la minzione può essere lenta e poco abbondante e dunque poco soddisfacente. Spesso il paziente riferisce che si sforza di urinare perché ne sente il bisogno, tuttavia non è mai soddisfatto e lo stesso getto, per contrazioni involontarie dei muscoli, può risultare modificato nel volume o nella forma (deviato, tortuoso, eccetera) e può anche involontariamente arrestarsi improvvisamente.
  • la stranguria - bruciore o dolore durante la minzione, spesso associato a brividi di freddo.
  • Il tenesmo vescicale – consiste in uno spasmo doloroso seguito dall’urgente bisogno di urinare.
  • le urine torbide – la presenza di batteri intorbidisce le urine (piuria), che tendono a divenire scure (anche per presenza di sangue, detta ematuria), e a volte anche maleodoranti.
  • la ipertermia – l’aumento della temperatura corporea sopra i 38° è un evento non frequente ma possibile, e spesso la condizione simula in tutto e per tutto uno stato influenzale, con brividi, dolori muscolari (specie nella regione lombare),

Le cistiti croniche hanno sintomi simili ma più attenuati in frequenza ed intensità.

Come si diagnostica una cistite?

La diagnosi si basa su una corretta valutazione medica accompagnata da accertamenti:

  • esame completo delle urine ed eventuale urino-coltura alla ricerca di batteriuria e leucocituria,
  • emocromo con Ves, Pcr, elettroforesi proteica, creatininemia, glicemia, azotemia
  • antibiogramma (tecnica che consente di identificare l’antibiotico che può uccidere il batterio)
  • ecografia addominale (potrebbe svelare la presenza di ostruzione delle vie urinarie)

Farmaci comunemente usati come antibiotici per le cistiti sono i fluorochinoloni, la nitrofurantoina, i sulfamidici, la fosfomicina, le cefalosporine e la penicillina. Negli ultimi anni è aumentato l’uso, nella cura della cistite, del D-Mannosio, prodotto capace di formare un film sull’apparato urinario che impedisce ai batteri di muoversi e di risalire i segmenti dell’apparato urinario.

Come si previene la e come si gestisce la cistite?

Cibi che contengono vitamina E

Negli ultimi tempi si è poi sviluppata a tendenza ad assumere integratori a base di mirtillo rosso e integratori quali l’acido ialuronico e il condroitin-solfato, coadiuvanti nella ricostituzione della mucosa delle pareti della vescica danneggiata dai processi infettivi ed infiammatori.

La vitamina E è un oligoelemento che erroneamente prende anche il nome di tocoferolo (in realtà è uno dei componenti), un nutriente vitaminico liposolubile presente in molti vegetali e dotato di grande potere anti-ossidante.

Nella gestione della malattia, alcune norme igieniche sono consigliabili:

  • aumento della assunzione di acqua
  • aumento della igiene personale
  • evitare di trattenere l’urina
  • indossare biancheria intima in fibre naturali come il cotone
  • urinare prima del sonno e dopo i rapporti sessuali
  • aumento nell’apporto alimentare di fibre per una regolazione dell’alvo
  • curare la stipsi se presente poiché favorisce la contaminazione del tratto urinario
  • regolare vita sessuale
  • dieta con importante apporto di frutta e verdura

La vitamina E si trova in molti alimenti e con questo termine in realtà si indicano un gruppo di composti liposolubili con grande attività antiossidante; la vitamina E infatti esiste in natura in otto forme chimiche (alfa-tocoferolo, beta-tocoferolo, gamma-tocoferolo e delta-tocoferolo e alfa-tocotrienoli, beta-tocotrienoli, gamma-tocotrienoli e delta-tocotrienoli) che agiscono differentemente tra loro; la forma che interessa l’uomo prende il nome corretto di  Alfa-tocoferolo (α-tocoferolo), le cui concentrazioni nel sangue dell’uomo vengono gestite dal fegato che la assorbe dal tubo digerente (la vitamina E è assorbita prevalentemente da verdura e frutta dall'intestino tenue).

Il fegato è capace di assorbire e metabolizzare alfa-tocoferolo ed usa la molecola per produrre anche altre forme di vitamina E. Come detto, la vitamina E è un potente antiossidante, capace di proteggere le cellule dagli effetti dannosi dei radicali liberi, molecole che contengono un elettrone non condiviso e che sono considerabili come prodotti di scarto del metabolismo corporeo (si può paragonare il radicale libero come il fumo che esce dai tubi di scappamento di un auto). I radicali liberi, tuttavia, non escono dal corpo umano e dunque, rimanendo nelle cellule, se si accumulano eccessivamente, possono danneggiare le cellule e contribuire conseguentemente allo sviluppo di diverse patologie degenerative, soprattutto malattie cardiovascolari e il cancro. L’azione negativa dei radicali si esplica attraverso l’azione di queste molecole che con questi elettroni non condivisi reagiscono rapidamente con l'ossigeno (e dunque sottraggono ossigeno alla cellula) per formare specie reattive dell'ossigeno indicate in inglese con l’acronimo ROS, che hanno una loro funzione nel corpo ma possono anche danneggiare le cellule o parte dei loro componenti (la membrana, il nucleo, i mitocondri).

Cosa aumenta la presenza di radicali liberi nel nostro corpo?

Donna che fuma

La produzione di radicali liberi è un fenomeno fisiologico nel corpo umano, tuttavia fattori ambientali possono aumentare la produzione corporea di radicali e dunque di ROS:

  • fumo di sigaretta,
  • inquinamento atmosferico,
  • radiazioni ultraviolette del sole,
  • inalazioni di solventi chimici, polveri sottili, eccetera.

La vitamina E è considerata un antiossidante importante poiché interrompe la produzione di ROS. Da queste evidenze sperimentali conclamate sono aumentati gli studi che analizzano la vitamina E ed il suo “potere” di guarigione cellulare: è diffusa tra gli scienziati infatti l’opinione comune che la vitamina E potrebbe aiutare a prevenire o ritardare le malattie croniche associate alla produzione di radicali liberi. A sostegno di questa ipotesi c’è la conferma scientifica che la vitamina E è coinvolta nella modulazione della funzione immunitaria, intervenendo sul network cellulare e sulla regolazione dell'espressione genica ed altri processi metabolici. Diversi studi hanno dimostrato la vitamina E inibisce l'attività della proteina chinasi C, un enzima coinvolto nella proliferazione e differenziazione cellulare di cellule muscolari lisce, piastrine e monociti, consentendo alle cellule endoteliali che rivestono la superficie interna dei vasi sanguigni di resistere meglio ai componenti del sangue di cellule che aderiscono a questa superficie e dunque così facendo la vitamina E riduce il rischio di infarti e ictus. La vitamina E agisce a favore della salute dell’uomo aumentando anche la produzione di due enzimi che inibiscono il metabolismo dell'acido arachidonico; questa azione aumenta il rilascio di prostaciclina dall'endotelio che a sua volta dilata i vasi sanguigni, inibendo l'aggregazione piastrinica. Diversi enti ed istituzioni hanno cercato di standardizzare i livelli di assunzione di vitamina E per un essere umano (livello medio giornaliero di assunzione o RDA, Apporto adeguato o AI,  assunzione superiore Tollerabile o UL), ma ad oggi non ci sono studi che universalmente possono dare dei parametri di riferimento chiari, validi per tutti (uomini, donne, bambini, razze, anziani). Senza essere prolisso, mi limito a sottolineare che numerosi alimenti forniscono vitamina E: semi e oli vegetali (in particolare l’olio di oliva, particolarmente ricco di vitamina E), verdure a foglia verde, cereali, olio di soia, colza, mais e di semi di girasole, la frutta secca in genere (mandorle, nocciole arachidi, pistacchi, noci), spinaci, broccoli, kiwi, mango, pomodoro. Un quadro clinico-patologico specifico di carenza da vitamina E non è stato ancora identificato, tuttavia sono note diverse patologie in cui, si possono avere bassi livelli circolanti di vitamina E e per i quali è consigliabile una integrazione:

  • bambini nati prematuri
  • bambini denutriti
  • bambini con patologie della retina
  • pazienti con patologie croniche del tubo digerente (morbo di Chron, fibrosi cistica, malattie del fegato eccetera)
  • pazienti con patologie degenerative muscolari, neurologiche (miopatia, atassia)
  • pazienti disordini del sistema immunitario
  • pazienti con malattie congenite (abetalipoproteinemia congenita, atassia da deficit epatico di metabolizzazione del tocoferolo o AVED)

tutte queste indicazioni fanno capire quale interesse abbia sviluppato la industria alimentare nel promuovere integratori di vitamina E ed antiossidanti per promuovere la salute e prevenire e curare le malattie. La vitamina E potrebbe infatti (e così è in linea teorica) proteggere il cuore ed il cervello dagli eventi ischemici, potrebbe potenziare i normali processi anti-infiammatori, contrasterebbe lo sviluppo e la proliferazione delle cellule tumorali, potrebbe stimolare positivamente il sistema immunitario e difenderebbe l’organismo da disturbi oculari e dal declino cognitivo conseguente alla età. In linea teorica scientificamente e intuitivamente affermo che la vitamina E aiuta l’uomo nel mantenere il suo stato di salute, ma da medico affermo che non ci sono biomarcatori scientificamente convalidati per verificare se un paziente assume quantità sufficiente di vitamina E; certo, una persona che segue una dieta sbilanciata (diete proteiche, o con eccessiva assunzione di carboidrati) o che comunque assume poca frutta e verdura, o che è affetto da malattie che ne possono condizionare la assunzione alimentare, deve valutare seriamente la possibilità di integrare la propria dieta, così come soggetti a rischio di salute (bambini, malati, anziani), tuttavia è giusto affermare che una persona che segue una dieta mediterranea, difficilmente potrà essere indicato come un soggetto che non assume sufficiente vitamina E.