Il Doping, un male sempre più diffuso che rovina lo sport.Vigneta con caricatura di un altleta che si dopa In quasi tutte le discipline sportive è riconosciuto il fatto che i "fisiologici" limiti degli atleti sono stati ampiamente raggiunti, in alcuni casi superati. Alcuni record o prestazioni agonistiche sono non tanto il frutto di un'evoluzione atletica ulteriore, quanto l'apporto tecnologico sempre più specifico; la tecnologia è venuta incontro allo sport, consentendone la definizione di alcuni parametri da controllare per ottimizzare il rendimento di un atleta, come la preparazione atletica, l'uso di strumenti di gara tecnicamente all'avanguardia, un accurato controllo dietologico, la definizione della gara, il consolidamento del profilo psicologico dell'atleta attraverso varie tecniche come il training autogeno, eccetera.

Scienza e Tecnica, però hanno anche fornito all'atleta mezzi che non si confanno allo spirito decoubertiniano, ma che risultano oltre tutto nocivi per la salute dello stesso atleta e, alla lunga, per l'immagine dello sport in toto. Il riferimento è ovviamente al DOPING, termine con cui si definisce l'uso di sostanze o di procedimenti destinati ad aumentare artificialmente il rendimento di un atleta, portando alla fine anche un pregiudizio all'etica sportiva ed all'integrità psicofisica dell'atleta che ne fa uso. In Italia la lotta al doping nasce nel 1954; oggi, a livello internazionale, si riconosce l'esigenza di dovere lottare l'uso del doping, sia per motivi sanitari, sia per mantenere integra l'immagine dello sport nel mondo.

Cosa spinge un atleta a doparsi?

Per rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto distinguere in ambito sportivo, quindi anche medico-legale, atleti agonisti, che nello sport hanno quindi un ritorno economico oltre che morale, ed atleti non-agonisti, che, cioè, si dilettano in una disciplina sportiva senza un impegno particolare come quelli del primo gruppo.

E' ovvio pensare che il primo gruppo è fortemente motivato nel raggiungimento di un risultato sportivo, poiché ad esso corrisponde anche una gratificazione economica non indifferente, legata ai contratti con le società sportive, con gli sponsor, con la televisione, ecc. Ne consegue che l'atleta può, per queste pressioni esterne, cercare con alchimie prestazioni altrimenti a lui proibite. Quanto un atleta possa decidere di doparsi e quanto, in questa decisione, contribuiscano la sua società sportiva, il suo allenatore, la sua famiglia, il suo conto in banca, non si può dire, in quanto non esistono statistiche sull'argomento; certo tutte concorrono.

Il fenomeno del doping è sicuramente molto diffuso nell'ambiente sportivo non agonistico, anche più che in quello professionale, e rappresenta un problema di salute pubblica maggiore del precedente. Un atleta inserito in una società sportiva può intraprendere la strada del doping, ma il controllo medico interno in un certo senso può garantire, nel breve termine, il rendimento psicofisico e la salute del soggetto. Un neoatleta, o il semplice amatore, invece, è spesso allo sbaraglio, preda facile di istruttori o allenatori incompetenti o truffaldini, che pur di aumentare la loro entrata economica mensile, forniscono al neofita indicazioni fuorvianti. In questo ambiente psicologico così labile trova larga applicazione il doping, con l'uso di steroidi ed anabolizzanti in quantità massicce. Il problema del doping non è dunque solo un problema sportivo, ma un problema che investe la società tutta, mettendo in discussione i modelli che propone, che sono quelli della concorrenza, dell'arrivare a tutti i costi, del vincere su tutto e tutti, dove il business regna sovrano, al di sopra delle parti e delle vite di ognuno di noi.

Bisogna prendere atto del fatto che la nostra società è ammalata, e che lo sport, espressione parziale di essa, è degenerato proprio in conseguenza di ciò. Non bisogna condannare l'atleta che usa sostanze dopanti, ma chi gliene dà la possibilità o lo motiva. Per fare ciò bisognerebbe mettere in discussione tutto il nostro modo di vivere e rapportarci allo sport, inteso non come momento di evasione e di crescita personale e sociale, ma come confronto tra chi è forte e chi è debole, tra vincenti e perdenti, con l'incapacità di accettare che noi stessi si possa essere perdenti.

Il termine doping, derivato dal finnico dop, una mistura di erbe che si dava in epoca romana ai cavalli per correre più veloci, ha origini antiche; il termine poi è stato introdotto nella lingua inglese ed esteso a tutte quelle sostanze capaci di modificare slealmente in campo sportivo la prestazione di un atleta. Già ai tempi degli antichi greci gli atleti, che gareggiavano per la gloria e per fregiarsi di una corona di alloro, usavano potenziare le loro capacità con misture di miele ed erbe di origine incerta. Spesso derivati alcolici di uve e derivati venivano usati dagli antichi preparatori romani per stimolare l'umore dell'atleta prima della gara. Attualmente il doping consiste, per il CIO (Comitato Internazionale Olimpico), nella "somministrazione, per bocca o altra via (intramuscolo, endovena, inalazione, eccetera) di sostanze capaci di innalzare il rendimento di un atleta in maniera scorretta rispetto agli avversari, falsando l'esito di una gara.

E' considerato altresì doping l'uso di tecniche o metodiche atte all'innalzamento illegale delle prestazioni di un atleta"; quest'ultimo riferimento è chiaramente destinato a tecniche come l'autotrasfusione o l'eterotrasfusione di sangue. Questa definizione, affermata dal CIO nei primi mesi del 1999, è attualmente accettata, anche se l'elenco delle sostanze dopanti è tutt'ora in aggiornamento. Le sostanze dopanti possono essere prese attraverso diverse metodiche:

  • Per bocca;
  • Tramite iniezione intramuscolo ed endovenosa;
  • Per inalazione (aerosol).

Esistono diverse classificazioni delle sostanze dopanti; la più attuale e completa è quella adottata dal Gruppo di Vigilanza emendata il 28 febbraio 1998, nel quadro della convenzione antidoping aperta alla firma a Strasburgo il 16 novembre 1989, e diramata dal Ministero degli Affari Esteri.

In essa si distinguono:

  1. Sostanze vietate;
  2. Metodi vietati;
  3. Sostanze sottoposte a determinate restrizioni.

Al primo gruppo appartengono sostanze diverse: stimolanti (efedrina), narcotici (morfina), anabolizzanti (testosterone), diuretici ed ormoni proteici (ormone della crescita o STH).

Al secondo gruppo appartengono le metodiche già citate, la auto ed eterotrasfusione di sangue, che consente agli atleti, somministrandosi sangue proprio, precedentemente conservato, o di altri, di aumentare la quantità di ossigeno disponibile ai muscoli.

Al terzo gruppo appartengono sostanze che possono essere usate dai medici, ma la cui utilizzazione deve essere denunciata e sempre sotto controllo (anestetici locali, alcool, cortisonici, beta-bloccanti, eccetera. Questi descritti non sono prodotti esclusivamente dopanti, ma veri e propri farmaci che hanno larga applicazione in campo medico per diverse patologie; è quindi evidente che l'uso prolungato di queste sostanze può comportare effetti collaterali talora irreversibili (si pensi alla morte della sprinter americana Griffith per arresto cardiaco a 39 anni, conseguente presumibilmente all'uso di steroidi durante la sua carriera agonistica, e le centinaia di morti improvvise che infestano il mondo dello sport, agonistico e non).

Recenti studi hanno evidenziato che la frontiera del doping è sempre all'avanguardia: l'srs, un farmaco usato nella terapia di alcuni tumori, viene usato sempre più frequentemente da alcuni ciclisti per aumentare l'ossigenazione del sangue…una vera escalation che spesso pone anche dei quesiti sulle cose più evidenti. A tal proposito bisogna distinguere il doping dall'uso di sostanze ergogeniche: mentre nel primo caso si compie un illecito, nel secondo si cerca, attraverso l'uso di integratori alimentari, di fornire un supporto strutturale ed energetico all'organismo sottoposto ad uno sforzo fisico. Nella categoria degli ergogeni sono da considerare la creatina, la carnitina, gli aminoacidi ramificati, gli integratori di sali minerali, caffeina e teina, acidi grassi 3 e tutti gli altri ergogeni regolarmente venduti in farmacia che non necessitano di prescrizione medica.