Dito a MartelloLe dita dei piedi possono rappresentare un annesso di poco conto, ma nel tempo, la loro deformazione può rappresentare un fattore invalidante molto importante, sia per il mantenimento della postura eretta che della deambulazione.

Gran parte delle deformazioni che le dita dei piedi possono subire sono in genere secondarie a diversi fattori che, singolarmente o associati tra loro, possono portare alla deformazione degli stessi con conseguenze dolorose e invalidanti.

Tra queste deformazioni, il dito a martello è sicuramente tra le più frequenti: questa condizione clinica coinvolge generalmente il secondo dito del piede, ma può interessare spesso contemporaneamente più dita esterne, e consiste in un atteggiamento forzoso di flessione dell'articolazione interfalangea prossimale associata ad un secondario atteggiamento in estensione della articolazione metatarso-falangea.

Sinteticamente i fattori che predispongono a tale deformazione delle dita dei piedi sono i seguenti:

  • predisposizione genetica: la familiarità per la patologia espone ad un maggiore rischio soggetti rispetto ad altri che in famiglia non hanno parenti con queste deformità;
  • malattie metaboliche e degenerative croniche (gotta, diabete, artrosi): possono contribuire alla deformazione inducendo alterazioni vascolari e dello stato di salute delle ossa, favorendo la deformazione
  • sovrappeso ed obesità: l’eccesso ponderale determina un sovraccarico delle strutture articolari del piede e ciò nel tempo può favorire la alterazione con deformazione dei capi articolari;
  • lavori usuranti con posture erette prolungate o uso di scarpe strette o tacchi troppo alti, di microtraumi ripetuti nel tempo, posture scorrette: i latini usavano un detto famoso, “gutta cavat lapidem”, una goccia d’acqua, da sola, nel tempo, può bucare una pietra se casca sempre nello stesso punto. Lo stesso si deve pensare di ossa che vengono sottoposte incessantemente a stress fisici notevoli;
  • presenza di altre patologie podaliche: spesso il dito a martello è conseguenza di altra patologia, l’alluce valgo, o di alterazioni della volta plantare (piede valgo-pronato, piede piatto)

Questi fattori, come detto, da soli o associati alterano le funzioni dei tendini che lavorano in sede, i rapporti articolari inducendo una iniziale deformità che è solo posizionale e facilmente correggibile, ma che col tempo diviene stabile, indotta da un irrigidimento delle articolazioni con retrazione dei tendini e comparsa di ispessimento della cute nei punti di maggiore pressione (ipercheratosi). La scorretta posizione del dito determina nel tempo un alterato carico al suolo e quindi dolore da alterato carico (metatarsalgia plantare).

Come si cura il dito a martello?

Premesso che bisogna identificare tutti i fattori che concorrono in una persona allo sviluppo della patologia, alcuni di essi sono correggibili, altri (come la predisposizione genetica) no, dunque è necessario attenuare la deformità che si andrà sviluppando. L’approccio è multifattoriale:

  • riduzione del peso corporeo (ove è necessario);
  • uso di scarpe adeguate, con punta larga a tomaia morbida;
  • pediluvi in acqua calda con cadenza quasi giornaliera da associare ad esercizi per mobilizzare le dita dei piedi
  • massaggi delle dita dei piedi e della volta plantare, per distendere le fasce plantari e muscolo tendinee, possibilmente con oli o gel riscaldanti, a base di arnica, sifcamina, canfora;
  • fisioterapia (con macchine come tecarterapia ed ultrasuonoterapia si cerca di elasticizzare i tessuti, con le manipolazioni di consolidare il ripristino articolare);
  • uso di ortesi digitali o ortesi plantari in silicone preconfezionate o fatte su misura, per costringere il dito ad una posizione distesa, da usare in ore diurne o notturne a seconda dell’esigenza della persona.

L’approccio chirurgico va considerato quando la qualità di vita del paziente è seriamente compromessa, e prevede due tipi di approcci: uno nei casi non strutturati con interventi sulle parti molli, generalmente con allungamento dei tendini lunghi (flessori e/o estensori) o trasposizione del flessore breve o lungo sulla prima falange; l’altro, nei casi strutturati, attraverso una correzione articolare con interventi di resezione-artroplastica (asportazione di un versante dell'articolazione) o di resezione-artrodesi (bloccaggio chirurgico dell'articolazione in posizione funzionale); in questi casi il dito operato rimane più rigido ma in una posizione più favorevole.

Sempre più in voga è l’approccio chirurgico mini invasivo (chirurgia percutanea): la correzione in maniera mini-invasiva, cioè senza l'incisione cutanea classica tramite piccoli fori di pochi millimetri e in anestesia locale, senza usare nessun mezzo di sintesi interno o esterno. Attraverso mini-incisioni di 2-3 mm vengono passate delle microfrese, poco più grandi di quelle del dentista, per effettuare i tagli sulle ossa dell'alluce (osteotomie) secondo la correzione da dare; il post-operatorio ha tempi ovviamente ridotti e consente di deambulare fin da subito con un'apposita scarpa rigida e mantenere un bendaggio particolare per circa un mese, da rinnovare settimanalmente.