Figura che rappresenta un dito a griffe

Le dita a martello (dita a griffe) sono una peculiare deformità che può interessare il secondo, il terzo ed il quarto dito del piede. In questa patologia tale dita assumono un aspetto curvo, a guisa di artiglio, perdendo di fatto la propria mobilità; il dito in sostanza risulta bloccato in quella posizione, che diventa fonte di notevoli fastidi e dolore sia in ortostasi che in deambulazione (specie quando si indossano scarpe).

Le dita a martello (dite en griffe) non si presentano da sole, ma spesso si associano ad altre condizioni cliniche che spesso rappresentano concause (alluce valgo, piede cavo, artrite reumatoide, crollo della volta metatarsale, diabete, malattie neurologiche, traumi, uso di scarpe con tacchi alti) se non cause primarie della patologia, in quanto causano uno squilibrio tra i piccoli muscoli del piede: l’alterato rapporto ed equilibrio tra le forze muscolari che flettono ed estendono le dita (tendini flessori ed estensori) inducono una progressiva e spesso irreversibile flessione della articolazione interfalangea prossimale, causando altresì una ipercheratosi (callo) sulla regione dorsale del dito.

Quali sono le cause delle dita a martello?

Quando si parla di cause delle dita a griffe, la prima in assoluto è quella dell’alluce valgo, con cui si presenta spesso associata, ma non vi è dubbio che diverse possono essere le condizioni predisponenti, ed in taluni casi, sempre più frequenti, si parla di familiarità ed ereditarietà per la condizione clinica; certamente le dita a griffe sono più frequenti in quelle persone che hanno una maggiore suscettibilità a forze di tipo pronatorio, con conseguente ipermobilità delle strutture ossee. Questa instabilità ossea trasferisce la funzione di stabilità del piede ai soli tessuti molli durante il mantenimento della postura eretta e, soprattutto, nella fase di propulsione del passo.

Come si diagnosticano le dita a martello?

La condizione clinica in sé è facilmente evidenziabile ad occhio nudo, esami utili possono essere la baropodometria, statica e dinamica, che consente di visualizzare anomalie del carico, e una radiografia. TC e risonanza magnetica possono servire al medico per escludere altre condizioni patologiche concomitanti.

Come si curano le dita a martello?

Se la condizione clinica è in una fase iniziale, si può intervenire con una terapia farmacologica (anti-infiammatori e cortisone), associati a fisioterapia (ultrasuoni in immersione e ultrasuoni manuali, TENS, laserterapia e mobilizzazione articolare delle dita con esercizi propriocettivi e di forza elastica) e trattamento con ortesi (protezioni in silicone su misura, divaricatori, estensori, cuscinetti metatarsali, eccetera) ma se il problema non si risolve (quasi l’80% dei casi!), l’unica soluzione (in alcuni casi non definitiva, specie se la condizione è conseguente a malattie croniche) è il trattamento chirurgico.

Nello specifico si sono sviluppate oggi tecniche interessanti di chirurgia mini-invasiva, di cui già si è detto, la chirurgia percutanea, che prevede la correzione delle deformità dell’avampiede con una metodologia chiusa, senza tagli o dissezioni. La tecnica chirurgica percutanea mini invasiva dell’avampiede è nata trenta anni fa (lo spagnolo Mariano De Prado fu uno dei primi) e si è diffusa dando buoni risultati.

La tecnica permette resezione dei tendini retratti, rimodellamento delle salienze ossee anomale, osteotomie delle falangi per riallineamenti. L’esperienza, in questo campo, è fondamentale ed il monitoraggio radiologico durante l’intervento è essenziale per guidare con precisione il chirurgo. L’intervento dura in media tra i quindici e venti minuti ed è effettuabile in anestesia locale in regime di Day Hospital, con tempi di recupero abbattuti: dopo un ausilio di una scarpa ortopedica per i primi trenta giorni dall’intervento, il paziente è totalmente recuperato. Fisioterapia può essere utile al fine di accelerare i tempi di recupero.