LombalgiaIl mal di schiena (MDS) o lombalgia è un frequente problema di salute per l’uomo moderno, quasi ineluttabile, che richiede attenzione. Spesso è una patologia che si autolimita nel tempo, anche se con tendenza a recidivare e, qualche volta, a cronicizzare.

Davanti ad un mal di schiena, un paziente è pronto a tutto, con grande spreco di risorse per una diagnostica strumentale spesso inutile, anzi dannosa, e per trattamenti che possono essere solo in grado di controllare il dolore nelle fasi acute.

Spesso, per guarire o controllare il mal di schiena da medico bisogna prendersi cura e adoperarsi per evitare la cronicità, evento che avviene quasi sempre per motivi bio-psico-sociali e non anatomopatologici in senso stretto. Perché ciò non avvenga bisogna concentrarsi sul paziente (patient oriented), tenendo conto della sua storia, del suo vissuto di malattia (illness) con i seguenti obiettivi, ascoltando, considerando l’influenza emotiva sulla presentazione e manifestazione del mal di schiena, valutando il contesto familiare, lavorativo, socio economico e culturale, comprendendo il ruolo del mal di schiena in questo insieme e la percezione di salute, malattia e cura, proponendo e non ordinando obiettivi di salute raggiungibili, nel tentativo di condividere e negoziare percorsi ed esiti, responsabilizzando il paziente senza accettare deleghe. Di fronte ad un mal di schiena, bisogna capire di fronte a quale condizione clinica siamo per poi definire un percorso di recupero

Fase acuta (I-II settimana): il rapporto con il paziente è fondamentale. In questa fase al paziente bisogna comunicare che la diagnostica per immagini non è fondamentale ai fini della diagnosi nella lombalgia acuta enfatizzando invece il concetto che l’effettuazione di indagini radiologiche possono essere dannose e, quindi, doppiamente inappropriate. Il medico deve poi fornire al paziente informazioni e rassicurazioni sulla possibile genesi del suo mal di schiena, le ipotetiche cause scatenanti, gli eventuali fattori di rischio connessi all’attività lavorativa e/o ricreativa, ad anomalie strutturali o posturali e comunicare l’alta possibilità di recupero legata alla natura benigna del disturbo, ma anche la elevata possibilità di recidive, se non si seguono criteri adeguati di recupero.

Fase sub acuta (III-IV settimana): è un periodo in cui il paziente incomincia ad acquisire un po’ di autonomia, il dolore è meno presente e invalidante. In questa fase bisogna raccomandare di rimanere attivi e, se possibile, tornare al lavoro, anche se presente lieve lombalgia, magari ove possibile alleggerendo i carichi di lavoro: questo provvedimento comporta una remissione più rapida dei sintomi ed una riduzione delle recidive. Bisogna dunque sconsigliare il riposo a letto e provare a fare moderata attività fisica (passeggiata, bici, senza forzare).

Fase cronica: è una fase in cui non c’è dolore se non in determinate situazioni (carichi eccessivi, posture prolungate scorrette, eccetera). In questo momento il paziente deve imparare ed un semplice decalogo può essere il seguente:

  1. Informarsi sulla malattia, per imparare a controllare il dolore;
  2. modificare l’attività fisica in funzione preventiva, evitando speciali esami diagnostici;
  3. prediligere il paracetamolo come farmaco nel controllo del dolore;
  4. i FANS vanno usati in assenza di controindicazioni;
  5. gli steroidi intramuscolo possono essere usati per brevi periodi nelle forme con irradiazione nervosa del dolore;
  6. i trattamenti miorilassanti sono farmaci di seconda scelta;
  7. la manipolazione è efficace nelle prime 4-6 settimane;
  8. le terapie fisiche antalgiche sono da considerare in presenza di una persistenza del dolore;
  9. l’uso di fasce o ortesi può essere utile nel breve-medio periodo;
  10. l’uso di fonti di calore da applicare per irradiazione, convezione, contatto, può alleviare la sintomatologia.